Garbin: «Affrontare la Cina è come giocare una finale, ma il vero pericolo è perdersi»

A Shenzhen si accende la lotta per il trono mondiale del tennis femminile, e l'Italia arriva da campione in carica, con il peso glorioso di due titoli consecutivi sulle spalle. Le azzurre affrontano un appuntamento che rappresenta insieme l'occasione più affascinante e la sfida psicologica più complicata della stagione: continuare a vincere quando tutti ti guardano come la squadra da battere richiede una lucidità mentale straordinaria. A parlare dei compiti che attendono le ragazze di Tathiana Garbin è proprio la capitana, che nel corso del media day ha delineato una strategia tanto semplice nella formulazione quanto ardua nell'esecuzione.
Il nemico maggiore: l'illusione di aver già vinto
Garbin ha identificato con precisione chirurgica qual è il vero pericolo per questa squadra nelle prossime giornate: non l'avversario seduto dall'altra parte della rete, bensì il proprio cervello e la tendenza a ripensare ai successi passati. «La sfida più grande è non pensare a difendere il titolo», ha affermato la 49enne veneta con una franchezza che rivela anni di esperienza nel tennis d'élite. Questo concetto, apparentemente ovvio a chi osserva da casa, diventa invece una montagna da scalare quando si indossa la divisa azzurra con due corone già cucite addosso. Il rischio reale non è la stanchezza fisica o la mancanza di talento, ma quella insidiosa distrazione che nasce dall'aver già toccato il vertice.
La strategia comunicata da Garbin è quella di frazionare il torneo in unità sempre più piccole: il pensiero non deve correre ai trofei o ai record, ma al singolo punto, alla singola partita, al singolo set. È la medesima filosofia che gli atleti vincenti trasmettono da generazioni, eppure rimane eternamente difficile metterla in pratica quando la pressione sale. «Pensiamo al presente, alla sfida contro la Cina che è la nostra finale», ha aggiunto, elevando il match inaugurale di giovedì 24 settembre a evento decisivo, perché in quel contesto la Cina padrona di casa rappresenterà davvero l'unico ostacolo tra l'Italia e il sogno del tris.
Un gruppo coeso guidato dall'esperienza di Errani
Nella costruzione di una squadra capace di reggere la pressione psicologica di questa competizione, il ruolo di Sara Errani assume una dimensione che travalica il semplice rendimento nei singoli match. A quarant'anni suonati, l'ex campionessa dello Slam e dell'Olimpiade rappresenta il collante umano che tiene coesa questa formazione. Garbin lo ha sottolineato con toni che tradiscono una genuina ammirazione: «Sara è una donna speciale che regala la sua esperienza alle ragazze più giovani». Non si tratta soltanto di tecnica o di esperienza accumulate sul cemento e sulla terra rossa europei, ma di qualcosa di più profondo: la capacità di trasmettere una saggezza che non tutti possiedono, soprattutto non tutti sanno condividere.
In una competizione a squadre come la Billie Jean King Cup, dove la dimensione collettiva prevale su quella individuale, la presenza di una figura come Errani diventa strategica sotto il profilo emotivo. Le giovani giocatrici attingono dal suo pozzo di esperienza, imparando non solo come si gioca tennis a certi livelli, ma come si mantiene la lucidità nei momenti in cui la pressione rischia di soffocare ogni ragionevolezza. È un insegnamento che nessun coach, per quanto bravo, può veramente trasmettere se non lo ha prima incarnato in prima persona, vittoria dopo vittoria, delusione dopo delusione.
Jasmine Paolini: la levità che unisce il gruppo
Accanto a Errani, Jasmine Paolini rappresenta l'altra faccia della medaglia emotiva del gruppo azzurro. Se l'una irradia saggezza e solidità, l'altra emana quella capacità di mantener alta la tensione gioiosa della competizione, la capacità di trovare il sorriso anche quando il match sta prendendo una piega difficile. «Abbiamo la nostra grande Jasmine, che riesce sempre a regalare un sorriso, anche nei momenti più difficili di una partita», ha evidenziato Garbin, identificando in questa caratteristica una risorsa collettiva preziosa. Nel tennis femminile contemporaneo, dove i margini tra vittoria e sconfitta si misurano spesso in frazioni di secondo e in punti mentali piuttosto che tecnici, questa capacità di gestire la frustrazione e mantener viva la fiamma della competizione acquisisce il valore di un'arma tattica vera e propria.
La composizione del gruppo italiano per le Finals di Shenzhen rappresenta un equilibrio delicato ma consapevolmente costruito: da una parte la roccia granitica di Errani e l'esperienza che incarna, dall'altra la freschezza e l'entusiasmo di atlete come Paolini, capaci di tenere il clima dentro il gruppo sempre leggero e positivo nonostante il peso della competizione. Tra questi poli si muovono le altre tre giocatrici della squadra, tutte considerate da Garbin «straordinarie» in una valutazione che non è scontato arrivi dal capitano di una formazione già campione due volte consecutive.
Il cammino verso Shenzhen, che inizia giovedì 24 settembre contro la Cina e proseguirebbe eventualmente in semifinale contro Ucraina o Belgio, rappresenta per l'Italia un test definitivo della propria capacità di vincere quando il bullseye è dipinto sulla propria schiena. Garbin, con la sua esperienza e la sua freddezza, sembra aver individuato chiaramente la via da seguire: non fuggire dal presente, abbracciarsi come squadra, e convertire ogni partita nella propria finale personale, perché solo così si costruiscono leggende che vanno oltre i numeri sul tabellone.