Sinner e Alcaraz sfidano l'US Open a freddo: la scommessa dei due fenomeni

La stagione tennistica corre sui binari della suspense e dell'incertezza quando due dei migliori giocatori del circuito internazionale decidono contemporaneamente di rinunciare agli impegni che precedono il grande slam di fine agosto. Jannik Sinner e Carlos Alcaraz, i due tennisti che dominano il tennis mondiale da almeno dodici mesi, hanno comunicato quasi simultaneamente la loro assenza dal Cincinnati Open, il Masters 1000 che da sempre funge da trampolino di lancio verso gli US Open. Per l'azzurro la motivazione è un fastidio al ginocchio destro che richiede prudenza; per lo spagnolo, invece, una scelta strategica ancora avvolta nel mistero.
Quella che potrebbe sembrare una semplice notizia di cronaca legata ai forfait di stagione cela in realtà una possibilità affascinante, un capitolo di storia del tennis che potrebbe essere scritto per la prima volta. Analizzando le precedenti edizioni dello slam newyorkese, nessun campione nella storia del torneo è mai riuscito a conquistare il titolo senza aver disputato almeno una partita nei tornei preparatori su cemento dell'America del Nord – sia a Montreal e Toronto oppure a Cincinnati. Questa anomalia statistica, suggerita dall'analisi dello storico del tennis Giorgio Spalluto, rappresenta un vincolo quasi invincibile che ha caratterizzato ogni vittoria slam negli ultimi decenni.
Sinner: la lezione di Wimbledon e il salto nel buio newyorkese
Paradossalmente, il numero uno mondiale ha già dimostrato in questa stagione straordinaria di poter vincere uno slam senza aver toccato la superficie sulla quale si gioca il torneo. A Wimbledon, pochi mesi fa, Sinner ha conquistato il suo secondo titolo maggiore a soli venti anni, arrivando a Londra senza aver disputato nemmeno una partita sull'erba prima dell'inizio della competizione. La delusione del Roland Garros, dove ha dovuto ritirarsi durante i quarti di finale, è stata immediatamente superata attraverso la vittoria sull'erba britannica, saltando a piè pari tutti i tornei preparatori su questa superficie.
Tuttavia, il contesto che circonda gli US Open si presenta sostanzialmente differente. A New York, Sinner arriverà con un carico di soli sette match disputati negli ultimi tre mesi, una cifra preoccupantemente bassa per affrontare una competizione della massima importanza. L'incidenza della continuità agonistica negli slam, specialmente su una superficie come il cemento dove le variabili di rimbalzo e velocità richiedono una messa a punto costante, rappresenta un elemento critico spesso sottovalutato dagli appassionati ma fondamentale per gli addetti ai lavori. La condizione fisica di Sinner rimane quindi il nodo gordiano da sciogliere nelle prossime settimane di preparazione.
Alcaraz: un enigma ancora irrisolto e un record che chiama
Ancora più nebulosa risulta la situazione di Carlos Alcaraz, il campione difensore dello US Open che ha vinto l'ultima edizione dello slam newyorkese soltanto dodici mesi fa. Lo spagnolo non ha ancora sciolto completamente le riserve riguardanti la sua partecipazione all'ultimo grande torneo della stagione, il che aggiunge un ulteriore strato di incertezza al quadro complessivo. Se Alcaraz decidesse effettivamente di scendere in campo a Flushing Meadows senza aver giocato in Canada o Cincinnati, diventerebbe il primo giocatore nella storia a vincere gli US Open provenendo da una preparazione così rarefatta.
Per il giovane talento murciano, le considerazioni sono ancora più complesse rispetto a quanto accade per Sinner. Alcaraz è il detentore del titolo e arriva alla competizione con la responsabilità psicologica di difendere uno scettro conquistato con prestazioni impressionanti e senza sconfitta nel torneo scorso. La sua assenza da Cincinnati, torneo che non ha disputato, rappresenta una rottura rispetto agli schemi consolidati di preparazione per i campioni in carica. Il record che entrambi inseguono, pur nella loro diversità di situazioni, rimane affascinante: nessuno prima di loro ha mai scalato questa montagna.
Ciò che rende questa situazione ancora più interessante dal punto di vista narrativo è il fatto che due dei quattro principali candidati alla vittoria finale saranno costantemente sotto la lente di ingrandimento. Ogni risultato preliminare, ogni partita vinta o persa, sarà letto alla luce di questa anomalia preparatoria. Se vincessero, entrerebbero nella leggenda come innovatori che hanno riscritto le regole non scritte del tennis moderno. Se fallissero, alimenterebbero la narrazione secondo cui il rodaggio competitivo rimane indispensabile anche per i campioni assoluti.
La prossima settimana a New York sarà quindi teatro di una storia che travalica le semplici classifiche e i punteggi. Da una parte il tennis insegna che la continuità agonistica, il rodaggio sul campo, la familiarità con la superficie rimangono elementi cruciali per il successo negli slam. Dall'altra, la classe e il talento supremo potrebbero rappresentare variabili in grado di abbattere questi schemi tradizionali. Quale delle due lezioni avrà la meglio? Lo scopriremo a Flushing Meadows, dove il cemento ameraicano attenderà di rivelare i suoi verdetti.