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Sinner fermo: l'esperto spiega perché l'intervento non è la via

2026-10-22 · Tennis Trade
Panichi analizza lo stop di Sinner: i tempi di recupero e perché la chirurgia non è la soluzione

Marco Panichi, il preparatore atletico italiano che ha recentemente concluso il suo percorso professionale con Holger Rune, si è espresso con realismo sulla situazione infortunistica che coinvolge Jannik Sinner. In un'intervista concessa a Gonzo Tennis e successivamente ripresa dal Corriere dello Sport, Panichi ha fornito un'analisi tecnica e clinica dell'infortunio al ginocchio che ha costretto il campione altoatesino a rivedere i suoi piani agonistici, facendo luce su una problematica che, sebbene fastidiosa, rappresenta un rischio concreto per chi compete ai massimi livelli del tennis professionistico.

La diagnosi che accompagna Sinner è quella della sindrome della bandelletta, una condizione che Panichi conosce bene per la sua esperienza nel campo della preparazione atletica d'élite. Secondo l'esperto, si tratta di una patologia tipicamente associata al sovraccarico funzionale, quella che caratterizza inevitabilmente la carriera di un giocatore sottoposto a ritmi competitivi serrati e costanti. Il parallelo che Panichi traccia con il mondo del calcio è illuminante: proprio come nelle squadre professionistiche di calcio, dove gli infortuni rappresentano un rischio presente lungo l'intera stagione, così nel tennis la continuità dei match e degli allenamenti crea le condizioni ideali affinché il corpo accusi problematiche muscolari e articolari. La bandelletta iliotibiale, struttura anatomica che corre lungo la parte esterna della coscia fino al ginocchio, quando sottoposta a stress ripetitivo su superfici rigide, tende a infiammarsi, generando quel fastidio che può compromettere la performance di un atleta.

Le cause della sindrome: sovraccarico e biomeccanica

Panichi approfondisce ulteriormente le origini di questa problematica, identificando due fattori principali: il sovraccarico funzionale legato ai ritmi serrati della competizione e la biomeccanica individuale dell'atleta. Chi corre costantemente su superfici dure, come i campi in cemento che caratterizzano molti tornei del circuito professionistico, espone il proprio corpo a microtraumi ripetitivi. Aggiungasi a ciò un appoggio che non sia perfettamente bilanciato, e il rischio di infiammazione a livello inserzionale della bandelletta aumenta esponenzialmente. Nel caso specifico di un giocatore come Sinner, che ha vissuto una stagione straordinaria ma estremamente intensa, accumulate un numero impressionante di partite in diversi continenti, sottoposto a carichi di allenamento massimali e a ritmi di recupero spesso insufficienti, l'infortunio rappresenta quasi una conseguenza naturale della ricerca della performance ai vertici mondiali.

L'infiammazione della bandelletta, quando raggiunge un certo grado di severità, genera un disturbo ben più che fastidioso: diviene un impedimento concreto all'esecuzione dei movimenti specifici del tennis, riducendo la capacità del giocatore di generare potenza dalle gambe e compromettendo la stabilità laterale così cruciale negli scambi lunghi e nelle fasi di spinta esplosiva. È una di quelle problematiche insidiose perché non necessariamente causa dolore acuto, ma piuttosto un disagio progressivo che peggiora con l'accumulo di attività, rendendo impossibile competere al massimo livello.

Perché il riposo è la scelta vincente: le alternative chirurgiche non convincono

Quello che distingue realmente l'intervento di Panichi è la sua onestà sulla scelta conservativa, ossia il mancato ricorso alla chirurgia. Qui risiede il cuore dell'analisi del preparatore: per patologie come la sindrome della bandelletta, l'intervento chirurgico non offre le medesime garanzie di successo rispetto ad altri tipi di operazioni, quali la ricostruzione del legamento crociato anteriore. La letteratura medica sportiva lo conferma: quando ci si trova di fronte a patologie da sovraccarico, specie in relazione alla bandelletta iliotibiale, il riposo prolungato, gli esercizi di mobilità e il graduale ritorno all'attività rappresentano l'approccio più sensato e meno rischioso. Per questo motivo, sottolinea Panichi, quasi nessuno fra gli atleti professionisti opta per il bisturi.

La decisione di Sinner di non ricorrere all'intervento chirurgico rispecchia una consapevolezza condivisa nel mondo dello sport di élite: meglio uno stop prolungato ma conservativo, che una sala operatoria dalla quale si esce con la certezza ridotta di tornare ai livelli precedenti. Se la diagnosi sarà confermata nei suoi dettagli, Panichi prevede un periodo di inattività che non sarà breve, ma che rimane comunque preferibile alle complicazioni potenziali di un'operazione chirurgica. È una scelta che richiede pazienza, disciplina nel seguire un programma di riabilitazione strutturato, e una prospettiva di medio-lungo termine piuttosto che la ricerca di soluzioni rapide.

Guardando al futuro professionale di Marco Panichi, il preparatore ha confermato la sua volontà di rimanere nel circuito del tennis professionistico. Dalla prossima stagione, ha dichiarato, sarà di nuovo impegnato nel Tour, che rappresenta il contesto dove ha sviluppato le sue competenze e dove trova piena realizzazione professionale. Attualmente, Panichi sta valutando diverse proposte di collaborazione, prendendosi il tempo necessario per compiere scelte oculate e consone ai suoi obiettivi professionali. Non è una sorpresa: i preparatori atletici di questo calibro, con esperienza accumulata ai massimi livelli e una comprovata capacità di interpretare correttamente i problemi fisici degli atleti, risultano sempre molto ricercati dalle teste di serie mondiali del tennis.

La vicenda di Sinner, pur rappresentando un rallentamento nei suoi ambiziosi piani, inserisce il campione altoatesino in una categoria molto ampia di atleti che hanno dovuto gestire infortuni da sovraccarico durante la loro carriera. La sua capacità di ritorno, la metodicità nel seguire un percorso riabilitativo e la qualità del team medico e tecnico attorno a lui saranno fattori determinanti nel definire i tempi di ripresa competitiva. Nel frattempo, le riflessioni di Panichi rimangono preziose per comprendere come il corpo umano, anche il più allenato, abbia dei limiti quando sottoposto ai ritmi disumani del tennis moderno.

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