Il tramonto di una tecnica leggendaria: il rovescio a una mano sparisce dalle semifinali degli Slam

Un momento storico è passato quasi inosservato durante il torneo degli US Open 2024. Quando Stefanos Tsitsipas ha ceduto il passo a Ben Shelton, il tennis ha attraversato un confine invisibile ma inequivocabile: per la prima volta nella storia moderna del grande tennis professionistico, le semifinali di uno Slam si sono concluse senza la presenza di un solo atleta capace di utilizzare il rovescio a una mano come colpo principale. Si tratta di un evento così raro che bisogna risalire a più di un secolo e mezzo di storia per trovare una circostanza simile, un momento di trasformazione epocale che merita di essere compreso nella sua profondità.
Il significato di questa scomparsa va molto al di là del semplice dato statistico. Dopo ben 524 tornei del Grande Slam disputati nel corso della storia moderna del tennis, le quattro semifinali maschili rappresentano oggi un territorio completamente dominato dal rovescio a due mani. È un cambio di paradigma che racconta la storia di come il tennis sia evoluto, trasformato dalle esigenze attuali della competizione: ritmi estenuanti, colpi sempre più potenti, palle che viaggiano a velocità crescenti, e finestre temporali sempre più ridotte per preparare i propri colpi. In questo nuovo ecosistema, il rovescio monobraccio, che per decenni è stato sinonimo di eleganza e efficacia, fatica progressivamente a trovare spazio.
L'eredità di un colpo leggendario
Quando si pensa al rovescio a una mano, la memoria del tennis corre immediatamente ai nomi più prestigiosi della storia dello sport: John McEnroe con la sua grazia naturale, Stefan Edberg con la sua precisione scandinava, Pete Sampras con la sua solidità costruita attraverso anni di pratica, e soprattutto Roger Federer, colui che ha mantenuto la fiamma di questa tecnica fino ai massimi livelli della competizione per più di due decenni. Questi campioni non hanno soltanto vinto tornei; hanno definito un'estetica del gioco, un modo di concepire il tennis che privilegiava la varietà, la creatività tattica, e una certa libertà interpretativa nel colpire il pallone.
Per generazioni, il rovescio monobraccio è stato un marchio di distinzione, un elemento che contribuiva a definire lo stile personale di un giocatore. Nella loro epoca d'oro, questi atleti potevano contare su un arsenale tecnico ricco e differenziato: il serve and volley, le variazioni di slice, i rovesci tagliati, le prese di tempo audaci. Il rovescio a una mano non era soltanto efficace; era parte di una filosofia di gioco più ampia, che permetteva ai giocatori di interpretare il match secondo le proprie caratteristiche personali. Oggi, quella filosofia appartiene al passato.
La progressiva omologazione del gioco moderno
Attualmente, solo tre giocatori di alto livello mantengono il rovescio a una mano come elemento centrale del loro repertorio tecnico: Stefanos Tsitsipas, Lorenzo Musetti e Denis Shapovalov. Questi tre atleti rappresentano gli ultimi custodi di una tradizione che sta scomparendo dall'élite mondiale. Eppure, anche loro faticano sempre di più a competere nel contesto del tennis contemporaneo, dove le esigenze fisiche e tecniche hanno raggiunto livelli precedentemente inimmaginabili. Gli scambi si allungano, le palle diventano più pesanti grazie all'evoluzione delle strumentazioni, i giocatori sono costruiti attorno a principi di potenza e pressione costante dal fondo del campo.
La scomparsa del rovescio monobraccio dalle semifinali degli Slam rispecchia una tendenza più profonda: la progressiva standardizzazione del gioco. Il tennis moderno, con i suoi ritmi frenetici e le sue esigenze di coerenza tecnica, non lascia spazio alle eccentricità stilistiche che caratterizzavano il gioco di una volta. Lo stesso Tsitsipas, dopo l'eliminazione contro Shelton, ha posto l'accento su questo aspetto fondamentale. Tempo addietro, ha affermato, il circuito professionistico offriva una varietà molto più ricca di approcci tattici e tecnici. I giocatori potevano essere difensori, contrattaccanti puri, specialisti del servizio e della volley, oppure offensivi aggressivi. Ognuno aveva il suo stile, la sua strada personale verso il successo. Oggi, quelle differenze si sono notevolmente ridotte, appiattite da un modello univoco di eccellenza.
Il rovescio a una mano diventa così il simbolo tangibile di una trasformazione più vasta che ha investito l'intero sport. Non è una questione meramente tecnica, di quale colpo sia più efficace di un altro, ma piuttosto di come il tennis abbia gradualmente scelto di valorizzare uniformità e coerenza rispetto a varietà e creatività. I giovani talenti vengono oggi strutturati seguendo un template ben definito: costruzione muscolare specifica, esercitazioni standardizzate, schemi tattico-tecnici preestabliti. Non c'è spazio per sviluppare interpretazioni personali del gioco, per coltivare un proprio stile distintivo come potevano fare McEnroe, Sampras o Federer. Il risultato è un circuito dove i giocatori, pur variando in talento e potenzialità, tendono a giocare in modo sempre più simile gli uni agli altri.
Naturalmente, il rovescio a una mano non è destinato a scomparire completamente dal tennis professionale. Continuerà a essere utilizzato da alcuni giocatori, e in particolari contesti tattici potrà ancora rivelarsi efficace. Tuttavia, la sua assenza dalle semifinali dello Slam del 2024 marca un punto di non ritorno simbolico. Non cambierà la natura intrinseca del tennis, non rivoluzionerà il modo in cui il gioco viene praticato, ma fotografa con precisione la traiettoria lungo la quale lo sport si sta muovendo: verso una sempre maggiore uniformità, verso l'eliminazione delle eccezioni, verso l'affermazione di un unico modello di eccellenza. Un'epoca in cui la diversità tecnica era celebrata come valore aggiunto si è definitivamente conclusa. L'era dell'omologazione è pienamente arrivata.