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Griekspoor attacca Zverev: «Stanca il suo gioco, a New York troppi rimbalzi»

2026-09-18 · Tennis Trade
Griekspoor non risparmia Zverev: «Tedioso da seguire, anche a New York ha esagerato con i rimbalzi»

La Coppa Davis diventa ancora una volta palcoscenico di dichiarazioni accese e scontri verbali tra i protagonisti del circuito professionistico. Tallon Griekspoor, tennista olandese di grande temperamento, non ha trattenuto i propri giudizi nei confronti di Alexander Zverev, il numero due del ranking mondiale, in un'intervista rilasciata al De Telegraaf. Le parole dell'olandese fotografano uno stato di tensione che caratterizza spesso i rapporti tra colleghi quando si tratta di valutare il tennis di certi giocatori, in particolare quando quel tennis riesce comunque a portare risultati importanti, come nel caso del tedesco.

Lo scetticismo su una finale conquista troppo facile

Griekspoor ha affrontato direttamente il tema della recente finale dello US Open, dove Zverev ha trionfato contro Ben Shelton. L'olandese riconosce che il risultato era ampiamente prevedibile sulla carta, visto che i precedenti tra i due giocatori parlavano chiaro a favore del tedesco. Tuttavia, la vittoria stessa non gli ha particolarmente impressionato. Secondo l'analisi di Griekspoor, la qualità complessiva della partita è stata tutt'altro che brillante: Shelton ha dovuto affrontare il peso psicologico di disputare la sua prima finale su un Grande Slam, un fattore che ha inevitabilmente influito sul suo rendimento. Nel contempo, Zverev ha saputo sfruttare al meglio le armi a sua disposizione, in particolare un servizio particolarmente efficace durante i momenti decisivi. Il tiebreak del secondo set è stato il passaggio cruciale che ha indirizzato l'incontro verso la conclusione, ma tutto ciò, secondo l'olandese, non ha prodotto uno spettacolo memorabile.

Questa riflessione di Griekspoor si inserisce in un contesto più ampio di critica che circonda Zverev all'interno della comunità tennistica. Il tedesco, pur avendo vinto due importanti tornei del Grande Slam negli ultimi anni (Roland Garros e US Open), non gode di una popolarità diffusa tra i suoi colleghi. Le motivazioni sono variegate: alcuni lo criticano per determinati aspetti tecnici del suo gioco, mentre altri hanno espresso dissenso sul piano più generale della sua qualità di spettacolo.

L'ossessione dei rimbalzi: quando la tattica diventa estenuante

Il vero fuoco della critica di Griekspoor, tuttavia, riguarda uno specifico aspetto del gioco di Zverev che lo ha particolarmente infastidito durante lo US Open: la sua abitudine di rimbalzare ripetutamente la pallina tra il primo e il secondo tentativo di servizio. Si tratta di una pratica comune nel tennis, utilizzata dai giocatori per ritrovare concentrazione e ritmo, ma nel caso del tedesco, secondo l'olandese, la cosa è stata portata a un livello quasi esagerato. Griekspoor ironizza pesantemente affermando che Zverev ha rimbalzato il pallino «quattrocento volte» tra la prima e la seconda di servizio durante il torneo newyorchese. Sebbene sia chiaramente un'esagerazione iperbole, il messaggio che l'olandese intende trasmettere è cristallino: la cosa è stata estrema e ha raggiunto livelli di spettacolarità negativa.

Questa critica tocca un punto sensibile nei dibattiti contemporanei sul tennis: la questione del ritmo di gioco e della fruibilità dello sport da parte degli spettatori. I rimbalzi ripetuti della pallina, insieme a molti altri ritardatari durante i punti, rappresentano uno degli elementi che alcuni vedono come deleterio per l'esperienza complessiva di seguire una partita. Griekspoor, parlando da giocatore che vive quotidianamente sulla scena internazionale, esprime chiaramente la sua opinione: guardare Zverev giocare gli risulta difficile, quasi spiacevole, proprio per via di questi comportamenti che allungano i tempi senza aggiungere valore atletico o tattico al punto.

Eppure, nonostante queste critiche così dirette, Griekspoor riconosce implicitamente che il metodo di Zverev funziona. Il fatto che il tedesco abbia vinto lo US Open dimostra che, indipendentemente dalla percezione estetica che i colleghi hanno del suo tennis, la tattica si rivela efficace nei momenti che contano. È proprio questo contrasto—tra il successo concreto e la difficoltà emotiva nel seguirne il gioco—che rende particolarmente acida l'osservazione dell'olandese. Non è una critica sprezzante di chi perde; è il commento di un professionista che riconosce l'efficacia, ma che fatica a digerire il modo in cui quella efficacia viene raggiunta.

La conclusione di Griekspoor è significativa e rivelatrice: forse, suggerisce ironicamente, dovrebbe iniziare a fare lo stesso. È una frecciata che racchiude in sé sia l'ammissione che il metodo di Zverev funziona sia la consapevolezza che adottarlo comporterebbe una distorsione della propria personalità tennistica. Non tutti i giocatori sono disposti a sacrificare la fluidità e la naturalezza del proprio gioco sull'altare della vittoria, ma in un circuito professionistico dove il margine tra il successo e l'insuccesso è sempre più ridotto, questi compromessi diventano sempre più frequenti.

Le dichiarazioni di Griekspoor si iscrivono in una narrazione più ampia che caratterizza il tennis contemporaneo: il numero due del ranking mondiale ha raggiunto posizioni di rilievo nel circuito, ma la strada percorsa non è stata coronata dall'amore incondizionato di una comunità di colleghi. Zverev rimane una figura divisiva, capace di produrre risultati straordinari ma spesso circondato da un alone di scetticismo sulla qualità complessiva delle sue prestazioni. In questo senso, le parole dell'olandese rappresentano il sentimento di una fetta significativa dell'ambiente del tennis professionistico, dove il successo materiale non sempre coincide con il riconoscimento unanime della bellezza e della qualità del gioco espresso.

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