Roger pensa al ritiro: la famiglia lo chiama, ma il coaching lo tenta

A quattro anni dal suo ritiro dalle scene agonistiche, Roger Federer continua a mantenere un legame profondo con il mondo del tennis, anche se attraverso canali completamente diversi rispetto a quelli che lo hanno reso celebre in tutto il pianeta. La leggenda elvetica non ha mai abbandonato veramente lo sport che l'ha consacrato, scegliendo invece di restare coinvolto mediante attività che gli permettono di bilanciare gli impegni professionali con la sfera personale e familiare. Durante una visita in Cina, dove ha seguito alcuni eventi del circuito internazionale, il campione che ha conquistato venti titoli del Grande Slam si è trovato a rispondere a una domanda che, probabilmente, continuerà a porsi ogni volta che verrà avvistato nei pressi di un campo di gioco: potrebbe mai trasformarsi in allenatore?
Un no categorico, almeno per ora
La risposta di Federer è stata netta e priva di ambiguità: in questa fase della sua esistenza, l'ipotesi di allenare un atleta professionista non è contemplata nei suoi piani. Le ragioni che lo spingono a questa posizione sono principalmente di natura personale. Lo svizzero ha spiegato come la sua priorità assoluta sia dedicare il massimo dell'attenzione ai suoi figli, i quali richiedono una presenza costante e consapevole. Inoltre, il suo calendario è già fitto di impegni e progetti che lo impegnano significativamente. In questo contesto, prendere in carico la responsabilità di guidare la carriera di un giocatore d'elite rappresenterebbe una sfida organizzativa e temporale che non ritiene di poter affrontare consapevolmente. Tuttavia, quella che potrebbe sembrare una porta completamente chiusa mantiene un varco aperto: il famoso "mai dire mai" che accompagna la sua dichiarazione suggerisce che il futuro potrebbe riserbare sorprese diverse dalle attuali intenzioni.
Ciò che emerge dalla comunicazione di Federer è una consapevolezza lucida circa i sacrifici richiesti dal ruolo di coach nel tennis professionistico. Non si tratta di un semplice rifiuto dettato da pigrizia o disinteresse, bensì di una valutazione realistica delle esigenze che comporta guidare un atleta verso il massimo livello competitivo. La scelta di restare fuori dalla panchina, almeno temporaneamente, riflette la maturità di chi ha sperimentato personalmente cosa significhi competere ai vertici del circuito e comprende appieno le dinamiche che tale impegno richiede.
Laver Cup e altri progetti: come Federer rimane nel circuito
Pur escludendo il ruolo di allenatore convenzionale, Federer ha lasciato spazio alla possibilità di assumere la carica di capitano del Team Europe nella Laver Cup, la competizione a squadre che rappresenta uno dei suoi progetti più cari. Si tratta di un incarico che potrebbe attirarlo in futuro, poiché comporterebbe un coinvolgimento significativo ma in un contesto diverso rispetto all'allenamento individuale quotidiano. Questa distinzione è cruciale per comprendere la visione di Federer: egli non esclude di continuare a giocare un ruolo rilevante nel panorama tennistico mondiale, purché tale ruolo non lo costringa a sacrificare gli equilibri che ha faticosamente costruito nella propria vita privata.
Negli ultimi anni, l'ex numero uno mondiale ha mantenuto una presenza attiva nel circuito attraverso modalità alternative. Ha presenziato a eventi iconici come Wimbledon, l'Australian Open e lo US Open, partecipando anche ad altre manifestazioni di rilievo come il Masters 1000 di Shanghai. Queste apparizioni non sono mere visite sociali, ma testimonianze di una passione che continua a bruciare, accompagnate da osservazioni tecniche e considerazioni sul gioco contemporaneo. La sua presenza nei grandi stadi riveste inoltre un valore di comunicazione e ispirazione che va oltre il mero aspetto sportivo.
L'esperienza di Stefan Edberg, citata direttamente da Federer, rappresenta un precedente affascinante. La leggenda svedese, anch'essa un campione assoluto durante la sua era agonistica, non aveva mai immaginato di diventare allenatore. Tuttavia, l'opportunità di collaborare con Roger stesso per due anni si è rivelata straordinariamente gratificante, permettendo a Edberg di rientrare nel circuito professionistico in vesti diverse. Questa testimonianza suggerisce che anche per Federer, un'esperienza similare potrebbe risultare affascinante, qualora le circostanze lo permettessero.
L'impatto significativo richiede dedizione totale
Nel concludere le sue considerazioni, Federer ha toccato un punto fondamentale circa la natura del coaching nel tennis di alto livello. Se si intende veramente avere un impatto significativo sulla carriera di un atleta professionista, è necessario dedicargli almeno venti settimane all'anno, una quantità di tempo considerevole che comporta sacrifici importanti. Questa soglia rappresenta il minimo sindacale per operare effettivamente come mentore e guida tecnica di qualcuno che aspira ai vertici del ranking mondiale. Federer, che ha conosciuto da protagonista quali siano le esigenze di chi combatte per i titoli maggiori, non intende fare promesse che non potrebbe mantenere adeguatamente.
La sua posizione rispecchia una tendenza più ampia fra i campioni del passato, che sono sempre più consapevoli del fatto che il ruolo di coach non è una via facile o un'occupazione part-time decorativa. Richiede dedizione, expertise aggiornata, capacità di comunicazione interpersonale e la volontà di stare lontani da casa per periodi prolungati. Non è sorprendente, quindi, che molti big del tennis preferiscano restare ai margini del circuito professionistico, scegliendo impegni organizzativi, commentatoriali o di promozione dello sport, anziché accettare la responsabilità diretta di guidare atleti verso il successo.
La dichiarazione di Federer da Shanghai rappresenta dunque un affascinante equilibrio fra due tensioni opposte: il desiderio di rimanere connesso al tennis, che gli ha dato tutto, e la consapevolezza che certi ruoli richiederebbero sacrifici che, per il momento, non è disposto a fare. Il suo "mai dire mai" finale non deve essere interpretato come ambiguità, ma come la saggezza di chi sa che la vita è lunga e che le priorità possono mutare. Per ora, però, la famiglia e i progetti attuali rimangono in cima alla lista delle priorità di uno dei più grandi campioni che il tennis abbia mai conosciuto.