Nole accusa: la Serbia dimentica il tennis mentre Roma lo celebra

Novak Djokovic non usa mezzi termini quando parla della situazione del tennis in Serbia. Durante i recenti sviluppi di Wimbledon, il fuoriclasse di Belgrado ha lanciato una frecciata velenosa al sistema sportivo della sua nazione, confrontandolo esplicitamente con il modello italiano. Le sue parole, cariche di delusione e frustrazione, mettono in luce una questione strutturale che affligge lo sport serbo da anni: la scarsa capacità dello Stato di incentivare e sostenere i giovani atleti che mostrano promesse nel circuito mondiale.
La critica di Djokovic arriva in un momento particolare, coincidendo con l'eliminazione di più rappresentanti serbi nel torneo britannico. Questo contesto non è casuale: il campione serbo sa bene che il talento da solo non basta a raggiungere i vertici del tennis professionistico. Occorre un ecosistema che supporti i giovani, che fornisca strutture, allenatori qualificati, possibilità di competere e risorse economiche. L'Italia, secondo Djokovic, ha compreso questa lezione meglio della Serbia, creando un ambiente più fertile per lo sviluppo del tennis femminile e maschile.
Il confronto con il modello italiano
Quando Djokovic parla dell'Italia, non fa un'osservazione casuale. La Penisola ha investito significativamente nel settore tennistico negli ultimi decenni, creando accademie, sviluppando programmi federali e garantendo supporto economico a talenti promettenti. Questo impegno ha portato risultati concreti: dall'avvento di Jannik Sinner e Matteo Berrettini al femminile con nomi sempre più emergenti, l'Italia ha dimostrato che quando lo Stato e le istituzioni sportive lavorano insieme, i risultati arrivano. I giovani italiani hanno accesso a strutture moderne, a programmi di sviluppo ben organizzati e a una rete di supporto che facilita la loro crescita nel circuito professionistico.
La Serbia, invece, ha prodotto il più grande campione della storia del tennis moderno, ma questo merito appartiene più alla determinazione personale di Djokovic e della sua famiglia che a un progetto nazionale coerente. Nonostante il successo straordinario di Novak, il paese non ha saputo trasformare questa gloria in un sistema duraturo di eccellenza. Non esiste in Serbia, almeno secondo la testimonianza di Djokovic, quel tipo di investimento strutturale che permetta ai giovani talenti di emergere con regolarità. Lo Stato non offre incentivi, i finanziamenti sono limitati, e molti giovani promettenti finiscono per cercare opportunità altrove.
Le radici di un problema sistemico
Le parole del campione di 24 titoli del Grande Slam toccano un nervo scoperto della politica sportiva serba. Negli ultimi anni, il tennis non è stato considerato una priorità nazionale come lo è stato il calcio o la pallavolo. I budget federali sono limitati, le accademie private sono poche, e il supporto statale a livello giovanile è insufficiente. Molti ragazzi e ragazze talentuosi nella Serbia contemporanea hanno scelto di trasferirsi in altri paesi europei dove potevano trovare strutture migliori e opportunità di allenamento più concrete. Questa fuga di cervelli rappresenta una perdita inestimabile per il tennis serbo.
Djokovic, che ha costruito la sua carriera grazie alla passione della sua famiglia e alla sua tenacia personale, comprende perfettamente quanto sia difficile emergere senza un supporto istituzionale. Ha dovuto superare ostacoli enormi durante l'infanzia e l'adolescenza nel periodo post-conflittuale della Serbia, quando il paese affrontava gravi difficoltà economiche. Ma proprio questa esperienza gli permette di valutare quanto maggiore sarebbe stato il suo percorso se il sistema nazionale lo avesse supportato adeguatamente. E quanti altri talenti, come lui, potrebbero emergere se il paese creasse le condizioni giuste?
La comparazione con l'Italia non è una semplice critica generica. È un appello implicito al governo serbo e alle istituzioni sportive affinché riconoscano l'importanza di investire nel tennis giovane. L'Italia ha capito che lo sport di elite è il risultato di una piramide ben costruita: alla base ci sono strutture e programmi di sviluppo, nel mezzo ci sono le accademie e i centri di training, e al vertice stanno i campioni. Senza questa base solida, è impossibile produrre costantemente giocatori competitivi a livello mondiale.
Le dichiarazioni di Djokovic, pur critiche verso il suo paese, non sono il frutto del risentimento bensì della consapevolezza. Lui stesso potrebbe contribuire a cambiare questa situazione, proprio come stanno facendo altri campioni del passato che investono nelle accademie e nei programmi giovanili. Ma il primo passo deve venire dallo Stato, dalle istituzioni e dalla federazione nazionale: riconoscere che il tennis merita la stessa attenzione e le stesse risorse che ricevono altri sport.
Intanto, Wimbledon continua il suo corso, e la Serbia rimane con poche speranze di successi significativi nel torneo. Le parole di Djokovic rimarranno un monito e una riflessione profonda su come anche i grandi campioni siano il frutto di sistemi ben organizzati, non solo di talento individuale. L'eccellenza nello sport moderno non è un'eccezione fortunata: è il risultato di pianificazione, investimenti e una visione a lungo termine.