Le Finals di Londra incoronano i fuoriclasse: Sinner e Zverev dilagano

Venerdì a Wimbledon non è stato il giorno dei colpi di scena. Anzi, è stato esattamente quello che i pronostici suggerivano: una giornata in cui i favoriti hanno fatto il loro dovere, senza scossoni particolari, senza drammi al quinto set, senza quelle sorprese che rendono il torneo sull'erba del Church Road uno spettacolo indimenticabile. Alexander Zverev e Jannik Sinner hanno rispettato pienamente i loro ruoli di candidati al titolo, liquidando i rispettivi avversari in tre set netti, confermando ancora una volta come il tennis mondiale sia sempre più polarizzato tra una ristretta cerchia di élite e il resto del circuito.
C'è qualcosa di straordinario e al contempo un po' preoccupante nel modo in cui la competizione si sta evolvendo sui campi dell'All England Club. I nomi che tutti conoscono, quelli che occupano le prime posizioni del ranking, quelli che hanno vinto tornei dello Slam o si sono spinti a pochi passi dal loro primo titolo maggiore, procedono come treni lanciati verso destinazioni già note. Nel frattempo, giocatori che raramente si trovano a affrontare le telecamere mondiali, che costruiscono le loro carriere lontani dai riflettori ma con dedizione e sacrificio, vedono dissolversi in poche ore il sogno di una vita. È la natura del tennis professionistico moderno, lo sappiamo, ma in una giornata come questa il contrasto diventa ancora più netto e quasi tangibile.
Il percorso ordinato dei campioni in carica di popolarità
Zverev e Sinner rappresentano due generazioni diverse ma accomunate da un medesimo proposito: tornare a vincere gli Slam. Il tedesco, ormai trentaduenne, ha già sfiorato più volte il primo grande titolo della sua carriera, mentre l'azzurro, appena ventitreenne, è già stato in finale agli Australian Open e possiede il genere di versatilità che suggerisce grandi cose future. Entrambi hanno mostrato venerdì quella solidità tattica e quella superiorità tecnica che caratterizza i veri contendenti. Non è stato uno spettacolo travolgente né particolarmente memorabile, ma è stato efficace, pragmatico, esattamente quello che serve quando l'obiettivo è progredire nel torneo con il minor dispendio di energie possibili.
In un'epoca in cui i giocatori di alto livello affrontano un numero impressionante di incontri durante la stagione, la capacità di vincere senza soffrire rappresenta un vantaggio psicologico e fisico considerevole. Ogni minuto risparmiato in campo è una risorsa preziosa per il riposo, per il lavoro fisioterapico, per la preparazione mentale delle fasi successive. Venerdì era dunque una giornata perfetta dal punto di vista strategico per chi come Zverev e Sinner ha vocazioni di profondo torneo.
Gli outsider invisibili e il grande contrasto competitivo del tennis contemporaneo
Arthur Fery rappresenta una categoria di giocatore che raramente esce dai confini dell'anonimato se non nella sua università o nella sua nazione di appartenenza. Il fatto stesso che nella cronaca sportiva mondiale venga qualificato come "appena conosciuto" è già emblematico del suo status nel circuito globale. Eppure, per arrivare al tabellone principale di Wimbledon ha dovuto superare ostacoli significativi, ha dovuto vincere incontri precedenti, ha dovuto meritarsi il diritto di competere contro i migliori. E quando quella opportunità raramente arriva, quando finalmente si affaccia sulla scena mondiale, incontra inevitabilmente un muro di qualità che rende difficile anche solo restare competitivo.
Il discorso è ancora più complesso quando entra in gioco un nome come Novak Djokovic. Certo, il serbo non è più il dominatore assoluto che è stato per un decennio, ma rimane un campione dell'elite mondiale. A sessanta anni non conta nulla; a qualsiasi età, se il tuo nome è Novak, sei comunque superiore alla stragrande maggioranza dei tuoi colleghi di professione. È interessante che nel materiale si menzioni la "fortuna" di entrambi nel riuscire a vincere cinque incontri nel tabellone principale. Questo accenno è carico di significato: suggerisce che per un fuoriclasse come Djokovic, ormai navigato ma ancora competente, e per un novizio come Fery, il semplice accesso alla fase principale del torneo è già una conquista degna di nota. Due mondi che si sfiorano ma non si toccano veramente.
Quello che emerge da una giornata come quella di venerdì è un quadro generale piuttosto consolidato nel tennis contemporaneo. Il sistema è costruito in modo tale che una volta dentro il Main Draw di un torneo di questa levatura, le probabilità favoriscono nettamente i nomi altisonanti. Le teste di serie, i campioni ex novo, gli specialisti su questa superficie, coloro che hanno risorse economiche e logistiche quasi illimitate, procedono secondo copioni quasi già scritti. Il tennis è rimasto uno sport dove il merito individuale fa la differenza, ma è un merito misurato ormai in una scala dove il divario tra il primo e il ventesimo è abissale, mentre il divario tra il ventesimo e il duecentesimo è praticamente invisibile al resto del mondo.
Wimbledon 2024 ha dunque offerto venerdì una lezione di realismo competitivo. Né Zverev né Sinner hanno commesso errori grossolani; hanno semplicemente amministrato il loro predominio con la naturalezza di chi sa di essere superiore. E i loro avversari, compresi coloro come Djokovic che tecnicamente potrebbero ancora competere ai massimi livelli, hanno assolto il loro ruolo di pedine nel grande schema del torneo. È il tennis moderno: bellissimo quando i campioni si affrontano tra loro, inevitabilmente prevedibile quando devono scendere in campo contro chiunque altro.