Olimpiadi e tennis, Ambesi chiede chiarezza sui programmi futuri

Il tennis olimpico si trova di fronte a un bivio cruciale. Nel corso della trasmissione TennisMania su OA Sport, condotta da Dario Puppo, il giornalista Massimiliano Ambesi ha sollevato interrogativi fondamentali sulla sostenibilità della presenza del tennis ai Giochi Olimpici, evidenziando come il problema dei calendari rappresenti una vera spina nel fianco per l'organizzazione delle competizioni mondiali. La questione non è più marginale: la tensione tra le esigenze del circuito professionistico e quelle del movimento olimpico sta raggiungendo livelli che richiedono decisioni immediate e strutturali.
Una sovrapposizione impossibile da ignorare
A Los Angeles nel 2028, il tennis olimpico si troverà costretto a convivere con uno dei tornei più prestigiosi del calendario mondiale: Wimbledon. Questa coincidenza temporale non rappresenta una semplice inconvenienza logistica, ma evidenzia come il sistema attuale sia strutturalmente fragile. Ambesi ha puntualizzato che individuare i colpevoli di questa situazione è un esercizio sterile: che si punti il dito verso il Comitato Olimpico Internazionale o verso le federazioni tennistiche, la realtà rimane incontrovertibile. Le date olimpiche erano note da tempo, ma trovare uno spazio nel calendario fitto del tennis professionistico si sta rivelando pressoché impossibile. Ogni tentativo di slittamento della competizione olimpica finisce inevitabilmente per scontrarsi con altri impegni già consolidati nel circuito ATP e WTA.
La complessità del problema non risiede nella volontà di risolvere, ma nella matematica pura della pianificazione. Come ha sottolineato il giornalista di Eurosport, se il torneo olimpico inizia nella seconda settimana delle date disponibili, si finisce comunque per collidere con altri tornei che hanno già il loro calendario definito. Non è questione di trovare buona volontà attorno a un tavolo: è questione di numeri che semplicemente non tornano.
Le lezioni dimenticate da Parigi 2024
Il precedente di Parigi 2024 dovrebbe fungere da campanello d'allarme, eppure sembra essere già stato archiviato. Durante i Giochi francesi, il torneo olimpico si era sovrapposto in modo significativo con l'ATP 250 di Umago, creando situazioni quasi grottesche dal punto di vista organizzativo. Giocatori erano impegnati in finali di tornei professionistici mentre altri loro colleghi conquistavano medaglie d'oro a pochi chilometri di distanza. Ma il vero caos è emerso quando, a causa dei ritiri dell'ultimo momento, gli organizzatori si sono trovati obbligati a ricorrere a soluzioni tanto creative quanto sconvenienti: atleti inizialmente iscritti per il doppio sono stati coinvolti nelle competizioni di singolare, alcuni dei quali hanno addirittura vinto partite in quelle circostanze emergenziali.
Questa situazione ha trasformato l'evento olimpico in qualcosa di mal definito, dove le categorie erano confuse e il merito sportivo veniva compromesso da esigenze organizzative stringenti. Se a Parigi i ritiri dell'ultimo momento hanno causato un'emergenza gestionale di questa portata, cosa accadrà quando a Los Angeles la sovrapposizione con Wimbledon sarà ancora più marcata? I numeri potrebbero diventare ingestibili.
Una domanda fondamentale che non ammette rinvii
Ambesi ha posto la questione in modo diretto e senza ambiguità: vogliamo davvero continuare con il tennis alle Olimpiadi? Non è una provocazione fine a se stessa, ma un invito a riflettere sulla compatibilità tra il modello attuale dei Giochi e le esigenze del tennis moderno. La domanda apre a uno scenario dove forse il tennis potrebbe trovare maggiore dignità concentrandosi sui suoi tornei storici e sul suo circuito consolidato, piuttosto che tentare faticosamente di adattarsi a una struttura olimpica che evidentemente non lo accoglie bene.
D'altro canto, la presenza del tennis alle Olimpiadi rappresenta un'occasione unica di visibilità globale e di celebrazione della dimensione sportiva universale che i Giochi incarnano. Rinunciarvi significherebbe una perdita significativa per l'intero movimento tennistico. Tuttavia, se questa presenza deve realizzarsi nel caos e nell'improvvisazione, allora la convenienza di mantenerla diventa davvero discutibile.
Ambesi ha anche suggerito che, se la decisione fosse di proseguire con il tennis olimpico, allora occorrerebbe avviare un dialogo serio e concreto tra il CIO, le federazioni internazionali, le associazioni dei giocatori e i tour professionistici. Non si tratta di delegare il problema ad altri o di trovare scappatoie: occorre affrontarlo direttamente con proposte concrete, disponibilità reciproca e la volontà di sacrificare qualcosa di ciascuna parte per il bene dell'insieme.
Il tennis si trova a un crocevia. Le prossime Olimpiadi potrebbero rappresentare il momento definitivo in cui il sistema attuale dimostrerà di funzionare, oppure il momento in cui emergerà definitivamente l'inadeguatezza delle attuali soluzioni organizzative. Le dichiarazioni di Ambesi, più che critiche sterili, rappresentano un invito alla responsabilità collettiva verso lo sport che tutti amano.