Addio al colpo iconico: il tennis abbandona la tradizione del rovescio

Un traguardo negativo, per certi versi simbolico, è stato raggiunto durante la notte italiana tra domenica 6 e lunedì 7 settembre. Stefanos Tsitsipas, ultimo baluardo di una tradizione tennistica che affonda le radici nel diciannovesimo secolo, è stato sconfitto da Ben Shelton negli ottavi di finale dello US Open. Con questa eliminazione, si chiude definitivamente un'era: per la prima volta in 150 anni, dal 1877 quando Wimbledon vide scendere in campo i primi campioni professionisti, nessun tennista capace di colpire il rovescio con il braccio singolo riuscirà a raggiungere una semifinale di uno Slam nell'arco di un'intera stagione agonistica.
I numeri testimoniano l'enormità di questo cambiamento epocale. Dal primo torneo di Wimbledon fino ad oggi, sono stati disputati ben 524 tornei del Grande Slam. In questo lungo arco temporale, il rovescio a una mano è stato il fondamento tecnico su cui si è costruita l'identità del tennis classico, da Rod Laver a Stefan Edberg, da Pete Sampras a Roger Federer. Generazioni di campioni hanno basato il loro gioco sulla precisione e sull'eleganza di questo colpo, considerato da molti come l'espressione più pura dell'arte tennistica. Oggi, quella stessa arte appare destinata a scomparire dalle massime competizioni mondiali.
Musetti, il quasi eroe che sfiorò l'impresa
Durante questa stagione 2026, il tennista che si è avvicinato maggiormente a sfondare questo muro rappresentato dai giocatori col rovescio a due mani è stato Lorenzo Musetti. Il tennista carrarino ha disputato una partita straordinaria nei quarti degli Australian Open, contro Novak Djokovic, arrivando a un solo set dalla vittoria. Quella gara rappresentava il simbolo della resistenza, l'ultimo sussulto di una categoria in via di estinzione. Musetti stava giocando a livelli eccezionali, mostrando che il rovescio a una mano, nelle mani giuste e con la giusta preparazione, poteva ancora competere ai massimi livelli. Ma il tennis, come spesso accade, è anche una questione di sfortuna e circostanze avverse.
Un infortunio ha bruscamente interrotto quella che avrebbe potuto essere una corsa storica verso la semifinale dell'Australian Open. Da quel momento, una serie di problematiche fisiche ha accompagnato Musetti per l'intero arco della stagione, compromettendo ulteriormente le sue possibilità di risalita. All'US Open, l'azzurro si era presentato con un tabellone teoricamente favorevole, ma un malessere accusato durante il match contro l'australiano Dane Sweeny lo ha costretto ad abbandonare la competizione. Le speranze di invertire il trend si sono così definitivamente dissolte.
Una rivoluzione tattica che ha cancellato una scuola di pensiero
Ciò che rende ancora più affascinante questa vicenda è il fatto che non si tratta di un semplice cambio generazionale, bensì di una vera e propria rivoluzione nel modo di concepire il gioco del tennis. Il rovescio a due mani ha progressivamente conquistato il circuito perché, dal punto di vista biomeccanico, offre maggiori vantaggi in termini di potenza, stabilità e consistenza. In un'epoca dove il tennis si è trasformato in uno sport di ritmo vertiginoso, dove i battesimi di schiaffo superano i 200 km/h e dove la capacità di variazione deve convivere con una potenza muscolare straordinaria, il rovescio a una mano è risultato semplicemente meno competitivo.
Durante la conferenza stampa che ha seguito la sua sconfitta, a Tsitsipas è stato nuovamente chiesto di commentare quella che molti ormai definiscono la «crisi» del rovescio a una mano. Il campione greco, che ha sempre difeso con fierezza l'utilizzo di questo colpo storico, si è trovato nella posizione di dover riflettere non soltanto sulla sua eliminazione personale, ma sul significato più ampio di quello che stava accadendo. Il rovescio a una mano non è semplicemente una tecnica; rappresenta una filosofia del gioco, un modo di intendere la bellezza e l'armonia del tennis.
Eppure, la realtà agonistica non conosce compromessi. Negli ultimi anni, abbiamo assistito al progressivo ritiro dal circuito professionistico di tutti i giocatori che facevano del rovescio a una mano il fulcro del loro arsenale tecnico. Alcuni si sono reinventati, altri si sono ritirati, altri ancora si sono adattati a livelli inferiori del circuito. Ciò che era impensabile solo due decadi fa—che cioè nessun giocatore con questa caratteristica tecnica raggiungesse una semifinale Slam nel corso di un anno solare—è divenuto realtà, non per un'eccezione bensì come norma strutturale.
La scomparsa del rovescio a una mano dalle semifinali Slam rappresenta l'epilogo definitivo di un'epoca. Non è una tragedia nel senso letterale, poiché il tennis continua a evolversi e a regalare emozioni, ma è certamente la chiusura di un capitolo che ha caratterizzato cent'anni e mezzo di storia sportiva. Forse tra qualche anno, guarderemo ai filmati di Federer e Sampras come oggi guardiamo ai vecchi resoconti di partite giocate su campi in erba naturale: con nostalgia, ammirazione, e la consapevolezza che quell'era appartiene definitivamente al passato.